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La mostra „La pianta. La memoria e noi“ si dedica alla domanda su come piante, me-moria e convivenza umana siano intercon-nesse – e su che cosa possiamo apprende-re da queste relazioni per un rapporto più pacifico con noi stessi, con gli altri e con l’ambiente. Al centro si trova il Floral Archive, un pro-getto artistico in divenire che si ricollega ai florilegi storici – magnifici libri di piante del Rinascimento. In mostra vengono presen-tate piante rare e minacciate provenienti dall’Italia. Diversamente dalle rappresenta-zioni botaniche tradizionali, queste piante non appaiono solo come oggetti di osser-vazione, ma come portatrici di storie. Rac-contano significati storici, attribuzioni mit-ologiche, memorie personali, immaginari culturali e associazioni surreali. Il colore svolge un ruolo centrale. Accanto a delicate tonalità pastello compaiono an-che colori intensi, simbolo di memoria, re-silienza e speranza. Le piante non appaiono fragili o vulnerabili, ma si presentano con consapevolezza e forza. Nella nuova serie „Narrazione florilegica“ entrano in dialogo con figure, oggetti ed elementi storicamen-te, mitologicamente o surrealmente con-nessi a loro. Nascono così narrazioni visive in cui pianta, essere umano e oggetto sono messi in relazione su un piano di parità. La mostra si intende come un archivio aperto: il sapere non nasce qui dall’ordine o dalla clas-sificazione, ma dalle relazioni. Le radici ricor-dano reti neurali, le piante diventano deposita-rie di memoria, le immagini luoghi di scambio. La memoria non è intesa come una facoltà pu-ramente individuale, ma come qualcosa che si dispiega tra persone, cose, immagini e spazi. Un esempio emblematico di memoria vege-tale è offerto dalla mimosa, Mimosa pudica. Le sue foglie si richiudono istintivamente al tocco – un meccanismo di difesa. Tuttavia, esperimenti hanno dimostrato che la pianta è in grado di ricordare stimoli ripetuti e in-nocui: se viene scossa più volte senza che vi sia un reale pericolo, smette di chiudere le foglie. Questo “apprendimento” può durare settimane – fino a quaranta giorni. La pian-ta immagazzina esperienza pur non posse-dendo un cervello. Distingue tra minaccia e abitudine. Questa capacità mette in discussione la nostra concezione di memoria. Il ricordo non è legato esclusivamente ai sistemi ner-vosi. Può essere inteso come una pratica corporea e relazionale – come un’iscrizione dell’esperienza nella materialità. Dalla mi-mosa possiamo imparare che la sensibilità non è debolezza. Essa reagisce, verifica, si adatta – e modifica il proprio compor-tamento quando le circostanze si rivelano innocue. Forse in questo risiede una lezione per una convivenza più pacifica: non inter-pretare ogni contatto come un attacco, ma imparare a distinguere tra pericolo e con-suetudine. Un’ulteriore sezione della mostra è dedica-ta al progetto di ricerca DEMEDARTS (FWF PEEK Grant-Doi:10.55776/AR609), che esplora le relazioni tra arte, design e de-menza. Qui emerge chiaramente che me-moria e oblio fanno parte della vita umana e che cura, attenzione e progettazione sono decisive per il modo in cui conviviamo. Vie-ne presentato, a titolo esemplificativo, un deambulatore di design critico-speculativo (The Gardener), che – estratto da una serie più ampia – apre nuove prospettive su mo-bilità, dignità e quotidianità. Questi lavori sono affiancati da deambula-tori sviluppati dagli studenti della NABA – Nuova Accademia di Belle Arti durante un workshop di due giorni. Tali oggetti rendo-no visibile che progettazione, cura e pace non sono concetti astratti, ma si negoziano nella vita quotidiana – attraverso le cose, attraverso il lavoro condiviso e attraverso l’ascolto. La mostra non intende la pace come uno stato compiuto, ma come una pratica conti-nua. La pace inizia nel piccolo: nel rapporto con la natura, nel rispetto reciproco, nell’at-tenzione verso la memoria e la vulnerabilità. „La pianta. La memoria e noi“ invita a per-cepire e ripensare queste connessioni – come tattiche di negoziazione per una pace in questo mondo. Poiché i lunghi nomi latini erano diventati presto troppo complessi per l’artista, ha deciso di attribuire alle piante, a partire dal 2026, affettuosi nomi propri che richia-mano comunque le denominazioni latine e che sono per lo più formati dalle prime due sillabe o da lettere iniziali caratteristiche – come ad esempio AGLAU, ABIPUMBA, QAUIBABA, ASCADEN, BUGRA, CACALI, CAMA, COCANINA, CYCYARO, PIPINEA, ROGHEBO, ecc. Alcuni di questi nomi suonano quasi come formule evocative – come se non nominas-sero soltanto le piante, ma evocassero re-lazioni. EDUCATION Valdibella, Falconeria, Cooperativa Sociale NOE: sperienze di connessione, responsabilità e interdipendenza come queste sono state vissute anche da studenti dell’Universität für angewandte Kunst Wien insieme a John Dutton e Ruth Mateus-Berr durante un vi-aggio a Valdibella, Falconeria, in Sicilia nel novembre 2025. Nell’ambito delle attività didattiche si sono confrontati con questioni legate all’agricoltura sostenibile e alle rela-zioni sociali nell’insegnamento dell’arte e del design, rispondendo così anche ai nuovi temi trasversali previsti nei programmi sco-lastici relativi alla BNE – Educazione allo sviluppo sostenibile. Le loro osservazioni filmiche, presentate nell’ambito della mos-tra, aprono un ulteriore sguardo sulle rela-zioni complesse tra esseri umani, piante e ambiente. Allo stesso tempo il dipinto crea un pon-te concettuale verso un altro tema della mostra: piante, memoria e demenza. Una pianta particolarmente affascinante in questo contesto è la mimosa. In Italia essa è il simbolo centrale della Giornata Interna-zionale della Donna, la Festa della Donna, celebrata l’8 marzo. Tradizionalmente gli uomini – e anche le donne tra loro – regal- ano rametti di mimosa gialla come segno di rispetto, riconoscimento, solidarietà e forza femminile, spesso accompagnati da una Torta Mimosa, la cui struttura ricorda i piccoli fiori della pianta. Nonostante la sua apparenza delicata, la mimosa rappresenta vitalità e resilienza, poiché cresce anche su terreni difficili. È inoltre simbolo di rinasci-ta: la sua fioritura tra febbraio e marzo la rende messaggera della primavera e della rigenerazione dopo l’inverno. Dopo la Se-conda guerra mondiale, nel 1946, l’Unione Donne Italiane scelse questa pianta come simbolo perché era facilmente reperibile, economica e capace di esprimere speran-za e forza. Il suo giallo luminoso evoca sole, calore, gioia e fiducia. Dal punto di vista botanico, la mimosa che si regala in Italia è generalmente l’acacia argentata (Acacia dealbata) e non la sen-sibile Mimosa pudica. Tuttavia proprio questa “pianta sensibile” ha affascinato gli scienziati fin dal XVIII secolo. Jean-Baptiste Lamarck si interessò alle piante che reagi-scono agli stimoli. Henri Dutrochet ipotizzò che la mimosa non chiudesse le foglie per stanchezza, ma come risposta specifica a determinati stimoli. Il botanico René Loui-che Desfontaines fece addirittura percorre-re a un suo assistente le strade di Parigi su una carrozza con numerosi vasi di mimosa per osservare quando le foglie si chiudes-sero. Nonostante le vibrazioni continue, le foglie si riaprivano. Le piante mostravano dunque una capacità di adattamento e di distinzione tra diversi stimoli. Ricerche più recenti confermano questa sorprendente capacità. Nel 2013 la biologa marina Monica Gagliano, insieme a Stefa no Mancuso, ha dimostrato che la mimosa è in grado di distinguere tra stimoli innocui e nuovi stimoli dopo ripetute esposizioni. Dopo sette o otto ripetizioni la pianta non reagisce più a uno stimolo noto e può “ri-cordarlo” fino a quaranta giorni – un pe-riodo sorprendentemente lungo, superiore alla capacità mnemonica di molti insetti. Anche le piante possiedono forme di me-moria da stress o memoria ambientale. Nell’epigenetica si studiano modificazioni dei cromosomi che possono essere eredi-tate senza alterare la sequenza del DNA. Tra queste vi sono, ad esempio, le modi-ficazioni degli istoni e la metilazione del DNA. Per lungo tempo grandi porzioni di queste regioni genetiche furono considera-te “DNA spazzatura”, ma oggi si sa che svol-gono funzioni importanti nella produzione di RNA, nello sviluppo degli organismi e in molti altri processi biologici. Le piante “sanno” con grande precisione quando fiorire e quando termina il freddo invernale. Possiedono meccanismi epige-netici capaci di memorizzare informazioni stagionali. Il biologo molecolare Keiji San-bonmatsu ha identificato, ad esempio, la sequenza di RNA chiamata COOLAIR, che svolge un ruolo importante nella regolazio-ne della fioritura. Se questo frammento di RNA viene rimosso o inattivato, la pianta non è più in grado di fiorire correttamente. Susan Lindquist e il suo team al MIT hanno inoltre dimostrato che le piante potrebbero utilizzare i prioni – proteine capaci di cam-biare struttura – come meccanismo per me-morizzare informazioni legate alla fioritura. DEMEDARTS & NABA (Nuova Accademia di Belle Arti) Il legame tra conoscenza delle piante, me-moria ed esperienza umana conduce infine al progetto di ricerca artistica DEMEDARTS (FWF PEEK Grant, DOI: 10.55776/AR609). In questo progetto Ruth Mateus-Berr e il suo team hanno sviluppato interventi artis-tici nel contesto della demenza. Il punto di partenza era la convinzione che l’arte pos-sa favorire il benessere e allo stesso tempo creare consapevolezza ed empatia verso la malattia. L’obiettivo era sensibilizzare le persone – in particolare bambini e giovani – rispetto al tema della demenza. Nel corso del progetto Ruth Mateus-Berr e Pia Scharler hanno progettato, tra le altre cose, deambulatori appositamente diseg-nati che non sono destinati principalmente all’uso pratico. Come esempi di Critical o Speculative Design richiamano l’attenzio-ne sui bisogni, sui desideri e sulle difficoltà delle persone colpite dalla malattia. In pa-rate attraverso le città questi oggetti atti-rano l’attenzione e invitano al dialo