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Il presente contributo propone una lettura psicoanalitica e letteraria di Le diable au corps (1923) di Raymond Radiguet, assumendo come categoria interpretativa centrale il concetto freudiano di Es, l'istanza psichica primaria che precede la morale, ignora il tempo ed agisce secondo il solo principio del piacere. Attraverso l'analisi del narratore adolescente e della sua relazione con Marthe, si argomenta che il romanzo non sia, nella sua essenza, un testo sull'adulterio o sulla guerra, ma una fenomenologia dell'impulso non mediato: la rappresentazione letteraria meno compiaciuta che la narrativa europea del Novecento abbia prodotto del funzionamento del processo primario. La Prima Guerra Mondiale viene riletta come condizione psicologica collettiva: l'assenza dei padri come dissoluzione della funzione simbolica lacaniana del Nome del Padre e la conseguente mancata installazione del limite nell'economia psichica dei soggetti cresciuti in quella assenza. Il gesto autentico del narratore (la generosità, l'amore, persino la crudeltà inconsapevole) viene analizzato attraverso la lente del locus of control esterno e del confirmation bias, mostrando come l'immagine che gli altri costruiscono di noi sia un sistema chiuso impermeabile all'azione individuale. Si propone inoltre una lettura della scrittura di Radiguet come sublimazione parziale: coesistenza, rara ed instabile, tra il vivere nell'urgenza del processo primario ed il trascriverlo simultaneamente sulla pagina. È questa contemporaneità tra esperienza e scrittura a produrre la qualità termica della prosa, quella temperatura che non si raffredda a distanza di un secolo. Il contributo si chiude con una riflessione clinica sull'Es come unica fonte di energia vitale da ascoltare, in terapia come nella letteratura, con la stessa attenzione che Radiguet portò, in ventidue anni di vita, a tutto ciò che non chiedeva il permesso.